La svolta di Annapolis

28 11 2007

di Antonio Ferrari 

Molti scommettevano sul fallimento. Errore, perché le svolte mediorientali si manifestano quasi sempre nei momenti di diffuso pessimismo. Il solenne impegno annunciato ieri dal premier israeliano Ehud Olmert e dal presidente palestinese Abu Mazen di cominciare subito i negoziati, per concluderli entro il 2008, prima dell’uscita di scena di George W. Bush, rilancia speranze che pochi osavano formulare. Dono prezioso per il presidente degli Stati Uniti che ha aperto, con evidente soddisfazione, la conferenza che non può e non deve fallire, perché un fallimento avrebbe conseguenze disastrose e sanguinose per la regione più tribolata del mondo.
Bush, ad Annapolis, ha detto che «l’obiettivo è di far ripartire il negoziato, non di concludere un accordo». Entrare nel labirinto dei problemi concreti (Gerusalemme, rifugiati, frontiere, acqua e sicurezza) avrebbe fatto deragliare una «storica opportunità». Ma annunciare l’impegno davanti ai rappresentanti di 50 Paesi, tra cui 16 arabi, molti dei quali sono sempre formalmente in guerra con Israele, ha un valore straordinario. Anche perché tutti, protagonisti e comprimari convenuti nel Maryland, hanno qualcosa da guadagnare. Probabilmente ha ragione l’ironico articolista dell’Arab News che scrive: «Aspettati niente, conquista qualcosa, goditi i risultati».
«Aspettati niente», perché pensare di risolvere subito il conflitto israeliano-palestinese era ed è impossibile. Ma quell’«aspettati niente! » è come un esorcismo preliminare che moltiplica le suggestioni della sfida.

 

«Conquista qualcosa», perché, in fondo, non è difficile. Gli Stati Uniti, dopo il fallimento iracheno, hanno potuto ospitare quasi tutti gli attori, amici e nemici. L’Unione Europea, dopo anni di divisioni e tentennamenti, è riuscita ad aiutare gli Usa con iniziative diplomatiche più incisive: se la Siria ha accettato di partecipare è merito suo. Proprio Damasco ha raggiunto l’obiettivo che si prefiggeva: uscire dal novero dei «Paesi canaglia» e tornare nel salotto buono, pronta a chiedere e, magari sottobanco, ad offrire. I ricchi sauditi, che in passato lasciavano ad altri la gestione politica delle varie crisi, si presentano come soggetto propositivo, con l’obiettivo di cementare il piano, presentato due volte ai vertici della Lega araba, che prevede di normalizzare i rapporti con Israele in cambio della restituzione di tutti i territori occupati.
«Goditi i risultati», perché qualche risultato c’è già. Oltre all’impegno di israeliani e palestinesi, si è rianimato il Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia), al quale era stato affidato il compito di ricomporre i cocci e rilanciare il processo di pace. Fino a ieri il Quartetto era un fantasma. Adesso, scelto un unico e prestigioso inviato, l’ex premier laburista britannico Tony Blair, potrà lavorare su problemi concreti.
Un altro risultato di Annapolis è la reazione scomposta di chi teme la svolta: l’Iran e i suoi alleati. Ecco perché la foto di gruppo, stavolta, vale più di una promessa. (fonte: Corriere della Sera; posted by terradelsanto team)





Medio Oriente. Il vertice incerto

15 11 2007

di Janiki Cingoli

Il vertice sul Medio Oriente convocato da Bush per novembre (la data prevista è già slittata alla fine del mese, ed il termine “Conferenza internazionale” è sembrato a Israele troppo impegnativo) si prospetta come un’incognita di secondo grado. E non solo perché inviti e ordine del giorno sono ancora sospesi, in attesa di progressi nei contatti bilaterali tra i leader israeliani e palestinesi, ma perché non ne sono chiari gli scopi e  la cornice.
Convocato dal  Presidente per reagire al colpo di forza di Hamas a Gaza, è stato presentato inizialmente come una chiamata a raccolta, in Medio Oriente, dei buoni contro i cattivi, o per dirla con un editoriale del quotidiano israeliano Haaretz, dei cow-boys contro gli indiani.
I primi, ovviamente, sarebbero gli Usa, Israele, i palestinesi fedeli a Abu Mazen, gli Stati arabi moderati, Egitto e Giordania, e, malgrado i sospetti per l’11 settembre, l’Arabia Saudita. I cattivi, Hamas, Hezbollah, la Siria e naturalmente l’Iran. Ma è ben presto risultato evidente che su questa base non ci sarebbe stato nessun vertice internazionale.
La parte araba fa infatti riferimento al Piano arabo di pace, richiamato anche dagli Stati Uniti. Ma quel piano, approvato all’unanimità a Beirut del 2002 e recentemente rilanciato a Riyad, riguarda tutti gli stati in conflitto, inclusi Siria e Libano, e impegna conseguentemente tutti gli Stati arabi a riconoscere Israele, se esso restituisce i territori occupati nel ’67, consente la creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est e garantisce una soluzione “equa e concordata” (concordata quindi anche con Israele) del problema dei rifugiati palestinesi.
D’altronde, anche la Conferenza Internazionale del ’91, organizzata da Bush padre, vide la presenza di tutti i belligeranti, compresa la Siria.
Ma vi è un altro elemento, più pregnante, di cui si è dovuto tenere conto: la Siria è in grado, se si sente minacciata, isolata e respinta, di muovere le sue pedine, a cominciare da Hamas e Hezbollah, per intralciare e sbarrare la strada del vertice e i suoi possibili sviluppi.
Tentare, come inizialmente hanno fatto gli Stati Uniti, di escluderla dagli invitati, avrebbe messo l’Arabia Saudita in una situazione impossibile, rischiando di spaccare la Lega Araba e l’unanimità registratasi sul suo piano. Pertanto, quando hanno visto profilarsi il rifiuto saudita alla partecipazione al vertice, gli Usa e Israele si sono indotti a ipotizzare l’invito a Damasco, nell’ambito del gruppo di Stati arabi designati dalla Lega a portare avanti il Piano di pace.
Ma l’ordine del giorno previsto resta ancora limitato al nodo israelo-palestinese, e di restituzione del Golan (come delle fattorie di Shebaa, legate al contenzioso libanese) non si intende discutere. La Siria, quindi, non ha un grande interesse a cavar le castagne dal fuoco al Presidente americano, e avanza forti dubbi sulla sua accettazione dell’invito.
Sarebbe almeno necessario che Israele fornisse assicurazioni chiare, sul fatto che in una fase successiva ma definita anche gli altri contenziosi saranno affrontati e risolti, e che il vertice di novembre sarà il primo di una serie di incontri destinati a risolvere globalmente il conflitto arabo-israeliano.
Discorso analogo vale per Hamas: nessuno pensa oggi di proporre negoziati diretti di Israele con Hamas (che d’altronde ai contatti diretti con lo Stato ebraico non pare interessato), ma è sempre più evidente che qualsiasi accordo raggiunto prima e durante il vertice tra Olmert e Abu Mazen, due leader oramai del tutto privi di seguito popolare, sarebbe scritto sulla sabbia, se l’organizzazione islamica vi si opponesse e lo denunciasse come un tradimento. Anche Hamas può, se vuole, bloccare il percorso della pace. D’altronde, non si può immaginare di creare uno Stato palestinese tagliando fuori Gaza.
Questo non significa che i negoziati in corso tra i due leader e i loro staff, pur con consistenti limiti e contraddizioni, siano privi di significato. Al contrario è necessario che la Comunità internazionale spinga per una “dichiarazione congiunta” contenente le linee guida di un possibile accordo finale (l’iniziale termine “Accordo di principi” è stato anch’esso accantonato, perché avrebbe richiesto una approvazione della Knesset, pericolosa per la sopravvivenza del governo israeliano, data la crescente fronda della destra di Lieberman, dei religiosi dello Shas e di una parte consistente dello stesso Kadima, il Partito di Olmert).
Molte delle proposte avanzate dal Vice Premier Haim Ramon, in nome e per conto di Olmert (sia pure ufficiosamente), con tutti i persistenti limiti, vanno in questa direzione: una possibile divisione di Gerusalemme, futura capitale dei due Stati; una qualche forma di sopranazionalità per i Luoghi Santi; scambi territoriali per compensare le aree della Cisgiordania  che includono gli insediamenti maggiori lungo la linea verde e intorno a Gerusalemme; un approccio positivo e rispettoso alla stessa questione dei rifugiati, pur tenendo ferma l’esigenza di garantire il predominante carattere ebraico di Israele.
Ma, ancora una volta, la questione è se si lavora con una visione inclusiva verso tutti i potenziali interlocutori del processo di pace, a compreso Hamas, anche utilizzando lo strumento del referendum sui possibili accordi, come previsto dalle intese della Mecca; o se si intende fare del processo di pace stesso uno strumento di esclusione verso gli attori che si considerano avversi.
In altri termini, per quanto riguarda i palestinesi, se si intende operare per favorire una ricomposizione fra le due fazioni in lotta, dichiarando che un ricostituito Governo di Unità interpalestinese non sarebbe più assediato dall’embargo europeo e internazionale; o se invece si continua a minacciare l’interruzione dei negoziati in corso, qualora Abu Mazen si dimostri disposto a riprendere il cammino che porta alla Mecca e al rilancio degli accordi che vi erano stati firmati: rilancio auspicato con sempre maggiore vigore dai maggiori Stati arabi, dai sauditi agli egiziani agli stessi giordani, e da una parte non secondaria dello stesso Fatah, legata a Marwan Barghouti, il leader che sconta sette ergastoli nelle carceri israeliane.
Di tutto ciò pare esservi crescente consapevolezza negli stessi Stati Uniti, ove si moltiplicano le posizioni in questo senso, da Colin Powell, a un consistente gruppo di ex ambasciatori in Medio Oriente, all’ultima dichiarazione bipartisan firmata tra gli altri da Lee Hamilton, Brezinski, e importanti esponenti repubblicani legati a Bush padre.
Sono posizioni che siamo venuti sostenendo su queste colonne per primi in Italia, da quasi due anni, e che negli ultimi mesi si sono fatte strada nei Governi d’Italia e di altri importanti Stati europei, come la Francia e la Spagna. (fonte: CIPMO; posted by terradelsanto team)







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